Giovanni Puccio: serve una politica che riesca a costruire percorsi instituzionali e partecipativi nuovi

Giovanni Puccio

Monsignor Francesco Oliva Vescovo di Locri, ci affida a una riflessione sulla crisi della democrazia.

O meglio ancora sulla decadenza della democrazia come strumento di partecipazione al governo dei destini delle comunità.

“Hanno ragione quanti denunciano il vuoto di democrazia, provocato dal disinteresse per l’amministrazione della cosa pubblica o quando si fa prevalere il tornaconto personale al bene pubblico o quando non si investe in cultura e sviluppo….ed è ancora più pesante quando le istituzioni abdicano ai loro compiti, lasciandosi invischiare nei tentacoli di una corruzione senza fine. Quando l’Italia cammina a due velocità: il Nord con le sue dinamiche di sviluppo europeo e il Sud penalizzato da politiche miopi, senza quella progettualità che tenga conto della sua storia e delle peculiarità dei suoi territori”.

Parole sagge che fotografano la realtà e dentro la constatazione il rammarico per il venir meno della progettualità, della storia, della cultura e delle peculiarità. Il compito del presule è rappresentare i rischi e indicare percorsi, la politica dovrebbe raccogliere l’allarme. Il rischio di un degrado che può travolgere il sistema che ha dato all’Italia e al Mezzogiorno la possibilità di raggiungere importanti risultati di progresso e di giustizia sociale è reale. La crisi di questi anni ci dimostra che la storia può tornare indietro. La crisi della Calabria sta tutta dentro tale descrizione e tale rischio. Se a questo si aggiunge l’aggressività sociale e criminale delle organizzazioni mafiose, il livello di pericolosità diventa preoccupante.

Ma è il mondo intero che è in subbuglio, la vela populista e dell’antipolitica, sulla quale soffiano vecchi e nuovi estremismi, rappresenta un'insidia. L'altro giorno al Senato Liliana Segre (scampata ad Auschwitz) ci ha ammonito come dalle crisi si possa pensare di uscire ricorrendo a leggi speciali che rappresentano il primo passo di una involuzione autoritaria e liberticida. La storia ci insegna che le forme di oppressione si possono presentare in modo differente. Per questo occorre pensare e mettere in campo una politica che sia all’altezza di fronteggiare i rischi di cui ci parla Monsignor Oliva. Una politica e soggetti politici collettivi che riescano a costruire i percorsi istituzionali e associativi che portano al governo dei processi di crescita e di sviluppo; un salto di qualità della politica. Occorre avere il coraggio di affrontare la crisi sistemica della democrazia smontando e ricostruendo i processi che portano all’esercizio del governo democratico della nostra società. Occorre fare leva sulla fede direbbe Monsignor Oliva, poiché la fede o le fedi religiose riflettono la fiducia nella capacità delle persone di costruire un futuro migliore.

Poi esiste una leva straordinaria che è data dalla fiducia laica di saper costruire quei contenitori volontari e istituzionali che canalizzano in modo trasparente e partecipativo le politiche della trasformazione e dello sviluppo. Per far questo c’è bisogno di buona volontà e di sapere, di conoscenza e di progettualità che unisca i fili della storia e della comunità verso un mondo di pari opportunità. In questo sta il segreto di un cimento che non porta a realizzare il mito della “democrazia diretta” ma a creare una soggettività collettiva in cui si fronteggiano opzioni diverse di destra e di sinistra, di ceti e di classi sociali ma in cui prevale quel sano riformismo che supera i vecchi schemi ideologici per approdare ad una società aperta fondata sulla crescita dei diritti e della convivenza sociale e politica. E in tale contesto non si possono fronteggiare discorsi vaghi, promesse impossibili ma progetti, tempi e modi attraverso i quali - a partire dai governi e dai corpi sociali organizzati - si arrivi a coltivare la speranza.

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